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art manifesto di ferruccio gambino
commento a: Black panther
postato da: joker

il manifesto, 14 gennaio 1996
Pantere Nere di Ferruccio Gambino

La vicenda del Partito delle Pantere nere (Ppn) continua ad appassionare e inquietare perché è esemplare di una generazione. L'ascesa e la caduta del Ppn nell'arco di un decennio anticipavano e prefiguravano lo sviluppo e la fine di tante altre formazioni della Nuova sinistra nordamericana. Certo, il Ppn venne precocemente bollato come il pericolo numero uno dell'ordine pubblico, ma anche altri gruppi, giudicati meno pericolosi, seguirono poi analoghe parabole discendenti, segnate dalla repressione e da laceranti dibattiti interni. Come sempre, una volta caduta la tensione politica, subentrò la desolazione: nel caso dei ghetti statunitensi, latitanza della sfera pubblica e droga. Mentre il Ppn era sotto i riflettori, i simpatizzanti e il pubblico conoscevano ben poco della sua vita interna e della sua struttura organizzativa. Adesso il lettore italiano può saperne di più. Il libro di Paolo Bertella Farnetti, Pantere Nere: storia e mito del Black Panther Party è lo studio più aggiornato e completo del Ppn, la maggiore organizzazione della sinistra africano-americana della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta. Paolo Bertella Farnetti rintraccia le radici e le origini delle Pantere nere, la loro affermazione attorno al 1968, la struttura organizzativa, la repressione e la resistenza, fino alla crisi definitiva e all'assassinio del suo leader, Huey P. Newton, nel 1988. Con un lungo e accurato lavoro sulle fonti e sui documenti venuti alla luce nell'ultimo ventennio, l'autore ci conduce con mano sicura attraverso i campi minati dalle interpretazioni interessate e dalle provocazioni, corredando il volume di documenti originali, di stralci dalle carte segrete dell'Fbi, di un ricco apparato iconografico e di quasi 500 titoli in bibliografia.
Consenso nei ghetti
Tutti vecchi e nuovi detrattori delle Pantere nere possono accomodarsi: il libro non tace né sfuma gli errori del Ppn nelle sue varie fasi: maschilismo, militarismo, culto della personalità, pulsioni paranoiche e autodistruttive. Eppure, una struttura apparentemente così sconnessa seppe tenere testa a lungo all'Fbi e raccogliere grandi consensi nei ghetti, come l'autore spiega con ricchezza di dati. Basti pensare che nel 1970 un sondaggio del settimanale Time rivelò che "un afroamericano su quattro pensava che le Pantere nere rappresentassero il suo punto di vista, percentuale che saliva al 4 per cento degli intervistati al di sotto dei ventuno anni". Fondato nel 1966 da due giovani di origine sudista, Huey P. Newton e Bobby Seale, il Ppn comparve improvvisamente sulle pagine dei giornali l'anno seguente, quando una trentina di giovanissimi militanti del ghetto di Oakland, armi in pugno, "invasero", legalmente la sede del parlamento californiano per protestare contro la restrizione al diritto di portare armi. In sostanza, le Pantere nere minacciavano il ferreo duopolio del Partito democratico e del Partito repubblicano e per di più andavano organizzando l'autodifesa del ghetto nei confronti della polizia. Sovente minimizzato dalla sinistra bianca come un problema marginale, il pattugliamento poliziesco del ghetto ha una lunga storia negli Stati Uniti. Differenziandosi dall'atteggiamento più duttile dei gruppi religiosi, compresa la Nazione dell'Islam, fin dal 1967 il Ppn decise di schierarsi frontalmente contro l'ossessiva presenza della polizia, galvanizzando la simpatia degli abitanti dei ghetti. La reazione degli apparati statali - e in particolare dell'Fbi - si intensificò alla fine degli anni Sessanta, ricorrendo alle provocazioni e a ogni mezzo, legale e illegale, grazie anche al solerte accompagnamento di molti pifferai: nei mass media. Situato sull'incerto crinale tra legalità e illegalità, lo scontro costò alle Pantere nere un prezzo pesante di morti, feriti, anni di carcere e di esilio, energie spese per la clandestinità e per la difesa legale dei militati ricercati dallo stato; ma per la prima volta fu alzato lo specchio sulla violenza che veniva impiegata contro la popolazione urbana africano-americana. Si sarebbero potuti rischiarare i corridoi più bui della democrazia statunitense con maggiore prudenza e minore dispendio di vite? Forse. Ma anche presumendo che la Vecchia sinistra possedesse saperi organizzativi preziosi, sta di fatto che con la guerra fredda si erano rarefatte le capacità politiche di trasmetterli alla giovane generazione che si era affacciata alla vita pubblica alla metà degli anni Sessanta.
Da Mao a Malcolm X
Se quindi guardiamo all'elaborazione teorica di cui tale generazione, e in particolare le Pantere nere, disponevano, c'è da mettersi le mani nei capelli: qualche testo aurorale del nichilismo russo, sparsi opuscoli di Lenin, disperati tentativi nell'isolamento carcerario di venire a capo di Marx (con le conseguenti, comprensibili emicranie), i discorsi di Dimitrov per i fronti popolari contro il fascismo, le Opere scelte di Mao, i discorsi di Malcolm X, gli ultimi scritti del sociologo Chales Wright Mills, i ciclostilati della Nuova Sinistra. L'eccentricità e la sfasatura di tanta scienza sociale, accademica rispetto all'intensa domanda di sapere che veniva dai giovani militanti neri e bianchi in quegli anni non potrebbero essere più evidenti. Inoltre il Ppn segnava un arretramento rispetto al patrimonio di elaborazioni dello Sncc, l'organizzazione dei giovani studenti africano americani che avevano dato la spallata definitiva alla segregazione razzista nei luoghi pubblici del Sud durante la prima metà degli anni Sessanta. Alcune attiviste dello Sncc avevano imposto al gruppo una critica pionieristica della sua stessa struttura maschilista. Lo Sncc, poi, nella sua elementare ma lungimirante politica estera, aveva puntato l'attenzione sul Sud Africa e sul Vietnam del Sud molto più che sui paesi del socialismo reale. Dopo il convegno a Oakland del 1969 che i sancì una tacita alleanza tra i Ppn e il Partito comunista Usa, la politica estera delle Pantere nere trovò il suo baricentro nei contatti con i partiti unici al comando nei paesi del socialismo reale. I risultati politici di questi contatti si rivelarono pressoché vani, ma intanto il Ppn aveva perso per sempre l'occasione di prendere le distanze dai regimi del socialismo reale e di far avanzare l'analisi della società statunitense sul terreno natio, senza inseguire lontani miraggi. E tuttavia, nonostante questi e altri errori, rimane il problema principale che questo libro pone e risolve con grande chiarezza: il Partito delle Pantere Nere fu tenuto insieme per più tempo di quanto prevedessero i suoi nemici da quei "giovanissimi membri" che ne rappresentavano il nerbo. Giovani che hanno sacrificato spesso la loro libertà e, a volte, la loro vita per quello che il partito rappresentava". Paolo Bertella Farnetti cita un leader di Filadelfia: "Il carico di lavoro era tremendo... e la gente lo faceva senza stare lì a lamentarsi per tutto il tempo". La trasformazione del ghetto in un luogo di autogoverno, l'impostazione di una politica dell'istruzione aperta a tutti, la conquista di uno spazio pubblico di dibattito sulle grandi questioni sociali parvero per una breve stagione alla portata del Ppn.
Le testimonianze
Molti di quelli che allora erano giovani oggi tacciono: in parte spenti dalla droga o dalla repressione, in parte rassegnati allo stato delle cose, in parte ancora attivi e giustamente prudenti; ma tra il 1992 e il 1993 sono finalmente uscite le autobiografie di due dirigenti, Elaine Brown e David Hilliard e, dal braccio della morte del carcere di Filadelfia la testimonianza di Mumia Abu-Jamal, giovanissima recluta del Ppn nei primi anni Settanta. Paolo Bertella Farnetti cita Elaine Brown: il Ppn "fece presa soprattutto sugli uomini, i giovani, i neri di città che erano per le strade, che erano membri di gang perché quello era tutto ciò che potevi fare per trovare qualche senso di dignità per te stesso. Riuscimmo a raggiungere questa gente perché avevamo da offrirgli qualcosa che potevano fare con quel che rimaneva della loro vita". Se vogliamo capire la composizione e le motivazioni della "Marcia di un milione" di uomini a Washington il 16 ottobre del 1995, dobbiamo ricordare non solo questa testimonianza ma anche la vicenda complessiva delle Pantere nere. Non è inutile poi rammentare che agli inizi degli anni Novanta il "New England Journal of Medicine" ha constatato che giovani maschi di Harlem avevano una speranza di vita inferiore ai loro coetanei del Bangladesh. Nella sua ultima intervista nel 1988, Huey P. Newton affermò: "I movimenti rivoluzionari arrivano a ondate e, se mi guardo intorno, vedo movimenti crescere dentro la comunità". Anche se non si potevano ancora cogliere le onde sismiche, non mancavano i fermenti che avrebbero portato alla rivolta di Los Angeles del 1992. Erano una risposta a vent'anni di repressione in forma di crisi economica e separazione civile. Quando, all'inizio degli anni Settanta, Milton Friedman, premo Nobel per l'economia, andava sentenziando che "non esiste la prima colazione gratuita", attaccava direttamente il programma di "breakfast gratis" per gli scolari dei ghetti che il Ppn aveva organizzato in parecchie città. Ma nessuno poteva allora immaginare che solo per motivi tecnici venne scartata la proposta di J. Edgar Hoover, il capo dell'Fbi, il quale intendeva "correggere" Milton Friedman fornendo gratis la frutta al programma li prima colazione delle Pantere, ma dopo averla opportunamente avvelenata.
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