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Accademia della follia
email www.accademiadellafollia.it
url cinziaquintiliani@libero.it
note Viene fondata da Claudio Misculin, Angela Pianca, Cinzia Quintiliani nel 1992 a Rimini con un Convegno tenutosi nel ridotto del Teatro E. Novelli . È un progetto teatrale e culturale. Formato da attori a rischio, è un’esperienza singolare-universale. Qui la sofferenza individuale trova lo spazio delle parole e dei gesti. Poter fare, fare con senso. Qui il Teatro diventa terreno comune per agire la diversità e la sua trasformazione. Si opera ai confini: geografici, culturali, etnici, di generazione, di centralità e marginalità, di rischio personale, di gruppo, di età, di status. L’Accademia della Follia è il risultato di un percorso teorico e pratico condotto dal Velemir Teatro, che nasce nel 1983 a Trieste, nell’ambito dell’esperienza basagliana. L’esperienza triestina non è mai stata riduttivamente centrata sulla psichiatria, ma più generalmente culturale e politica. È la culla, il brodo biologico in cui siamo nati, il terreno dove hanno attecchito le nostre radici e siamo cresciuti. I nostri riferimenti teorici, elaborati all’interno di una pratica quotidiana incessante, sono certamente Artaud, Grotowskji, Living Theatre, ma anche Franco Basaglia , Franco Rotelli, Sisto Dalla Palma. Da tempo cresce nel confronto con : Avv. Giuliano Spazzali, Prof. Giuseppe D’Arrigo, Poeta Giancarlo Majorino, Dott.ssa Donata Roma: poeti ed intellettuali milanesi. Da tempo si confronta con il Prof. Claudio Bernardi dell’Università Cattolica di Brescia. ...La vulnerabilità è il terreno centrale della questione sociale oggi. Vi si congiungono la precarietà del lavoro e la fragilità delle relazioni interpersonali. La trasformazione del mercato del lavoro nel senso del suo divenire precario è accompagnata dal degrado di supporti sociali e relazioni. L’inserimento di una persona nel tessuto sociale della produzione e dello scambio di merci, di identità, di relazioni, di occasioni di vita, dipende dalla sua iscrizione in una famiglia e in una più larga rete sociale. Franco Rotelli Il teatro è il nostro terreno/strumento, mediazione d’oggetto tra soggetti sani o malati che siano, spazio in cui la diversità, la sofferenza trovano l’evento delle parole e dei gesti. Il teatro ha già le forme, i modi, i linguaggi per sgretolare categorie fisse e ri-modularle per prefigurare relazioni altre fra gli uomini. METODO DI LAVORO di Claudio Misculin Parlando di “metodo di lavoro”, mi sento in dovere da affermare che non esiste metodo in arte, esiste l’esperienza. Io ho fatto un’esperienza alla quale ci si può riferire. L’arte è un’apertura permanente che non si può vivere senza l’accettazione e la ricerca lucida e deliberata del rischio (Kantor) Ebbene il fattore rischio che ho scelto per giocare all’interno dell’arte è la “follia”. E’ una ricerca che tiene aperti, spesso faticosamente, spazi che si vanno rapidamente omologando, sfere che tendono ad automizzarsi, nella schizzofrenia del singolo e in quella più generale. Quindi il teatro diventa anche mezzo, strumento di concreta quotidiana mediazione d’oggetto con altri soggetti, sani o malati che siano. Luogo di produzione di cultura, attività di formazione alla relazione con uomini e donne e cose. Siccome parliamo di una ricerca tra teatro e follia, che non esclude, ma travalica il mero aspetto terapeutico, per cogliere sino in fondo nel profondo l’essenza e la validità di tale metodo di lavoro, cominceremo a viverlo e a pensarlo come strumento efficace per un buon approccio al teatro, non solo per il matto, il disgraziato, il differente, ma anche per il normale che intende cimentarsi nel teatro. E per finire sul “metodo di lavoro” vorrei dire due parole sull’eccesso, e cioè il sistema dell’eccesso. Viviamo nella dimensione dell’anticipazione dei desideri. Cioè i miei desideri non nascono più da pulsioni interne, ma dalla scelta delle soluzioni fornitemi. Faccio un esempio: posso scegliere tra mille tipi di dentifricio, ma non posso scegliere l’aria pura: non c’è più. Viviamo già nell’eccesso: eccesso di mezzi, di strumenti, di ignoranza. Il risultato è incomprensione della realtà, incomprensione di se stessi, incomprensione. Il palco è per convenzione il luogo deputato all’eccesso. E nel mio teatro questo è. E’ il luogo magico, il luogo del delirio che offre le valenze alla ricomposizione immediata del soggetto, mentre oggettivamente è una finestra che permette la visione delle contraddizioni.
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